Per
farmaci di fondo per la cura dell'artrite reumatoide si
intende una classe molto eterogenea di molecole che avrebbe
almeno in teoria in comune la caratteristica di modificare
in meglio l'andamento nel tempo della mallattia.
Questo
significa che un buon farmaco di fondo non deve solo ridurre
i sintomi e l'infiammazione, ma deve anche modificare il
grado di aggressività della malettia stessa riducendo
per esempio il numero di nuove erosioni ossee che la malattia
produce.
I
farmaci a lenta azionenell'artrite reumatoide
In Inghilterra l'artrite reumatoide interessa l'1-2% circa
della popolazione adulta. Anche se la malattia talora non
assume caratteri di gravità, la sinovite cronica,
la progressiva distruzione della cartilagine articolare
e dell'osso e le manifestazioni sistemiche portano generalmente
ad una marcata invalidità e ad una morte prematura(1-2).
Per tentare di bloccare o rallentare questo processo degenerativo
si impiegano farmaci antireumatici a lenta azione (SAARD).
Sino a poco tempo fa, i SAARD venivano iniziati solo in
caso di fallimento di provvedimenti più semplici
(uso di analgesici e antiinfiammatori non steroidei, fisiochinesiterapia).
Impiegati in questo modo, i SAARD sono in grado di sopprimere
i markers di attività della malattia e di migliorare
la funzionalità articolare, e alcuni hanno dimostrato
di poter rallentare la progressione delle erosioni articolari(3).
Tuttavia, il loro impatto sulla invalidità a lungo
termine è risultato deludente. In questa sede discuteremo
come queste osservazioni, insieme ad una più completa
conoscenza della patogenesi e della storia naturale dell'artrite
reumatoide, abbiano portato ad una modificazione delle modalità
di impiego dei SAARD.
Il quadro di riferimento
Attualmente, molti reumatologi sono del parere che, nell'artrite
reumatoide, i vari livelli di infiammazione producano un
corrispondente, quanto prevedibile, danno percentuale. Il
grado di infiammazione può essere misurato dai markers
della risposta della fase acuta come la proteina C reattiva
(CRP), la viscosità plasmatica e la VES; il danno,
a sua volta, può essere valutato tramite numerosi
indicatori specifici, quali le erosioni ossee all'esame
radiografico(4), il deficit funzionale(5) e l'osteoporosi
in sedi non colpite dalla malattia(6). Un trattamento che
si dimostri in grado di sopprimere i processi infiammatori
nell'artrite reumatoide produce un miglioramento di questi
parametri di riferimento(7). Sia nel trattamento sul breve
periodo (da 6 mesi a 2 anni)(5) che a più lungo termine(8),
la riduzione dei livelli di CRP precedentemente elevati,
si correla con una migliore conservazione della funzione
articolare.
Entro i primi due anni dall'inizio della malattia generalmente
si verificano un deficit funzionale e un danno articolare
irreversibile(1-9-10) che contribuiscono in misura sostanziale
alla invalidità sul lungo termine. Pertanto, oggi
si tende ad iniziare un trattamento che sopprima l'attività
della malattia molto più precocemente di quanto si
facesse in passato, con l'obiettivo di raggiungere una soppressione
più completa e duratura.
Quali farmaci bloccano la malattia?
Vi sono dimostrazioni sempre più numerose del fatto
che l'attivazione dei linfociti T (da parte dei macrofagi
e di un antigene o di antigeni sconosciuti) e il conseguente
rilascio di svariate citokine, come il fattore alfa di necrosi
tumorale (TNF-alfa), l'interleukina-1 (IL-1), l'interleukina-6
e il fattore di crescita piastrinici, giochino un ruolo
chiave nell'attivare e nel mantenere il processo infiammatorio
cronico sistemico e sinoviale caratteristico dell'artrite
reumatoide(11). Il TNF-alfa e l'IL-1 sembrano assumere una
particolare importanza nello sviluppo della sinovite e nel
danno cartilagineo e osseo(11).
I farmaci antiinfiammatori non-steroidei (FANS), bloccando
la ciclo-ossigenasi inibiscono la sintesi delle prostaglandine
nei tessuti interessati dal processo infiammatorio, ma a
dosi convenzionali non influenzano il rilascio di citokine.
Perciò, se da un lato i FANS sono in grado di alleviare
i sintomi della infiammazione sinoviale, dall'altro non
esercitano alcun effetto o hanno solo un modesto effetto
sulla risposta della fase acuta: essi non rallentano lo
sviluppo delle erosioni periarticolari né la progressione
della malattia e verosimilmente non migliorano il grado
di invalidità a lungo termine.
Per contro, c'è da attendersi che i farmaci in grado
di bloccare il rilascio o l'attività delle citokine
non solo sopprimano i segni della infiammazione, ma modifichino
anche alcuni dei processi che sottendono la malattia in
fase attiva. La maggior parte dei SAARD (i sali d'oro per
via intramuscolare, la penicillamina, la sulfasalazina,
il metotrexato, gli antimalarici, l'auranofin) agisce in
questo modo, anche se non è ancora chiaro con quale
preciso meccanismo.
Numerosi trattamenti di derivazione biotecnologica, messi
a punto recentemente, agiscono selettivamente sulle cellule
T o su citokine specifiche, sia legandosi direttamente alla
citokina che interferendo col suo recettore. Allo stato
attuale tali farmaci, che comprendono gli anticorpi anti
TNF-alfa e gli antagonisti del recettore per l'IL-1, vanno
considerati ancora sperimentali. I risultati di alcuni studi
clinici di breve durata indicano che alcune di queste sostanze
in futuro potrebbero aumentare in modo sostanziale le opzioni
terapeutiche per la soppressione della malattia(11).
Valutazione della risposta clinica
I SAARD sono in grado di modificare l'attività della
malattia, ma non di abolirla. È raro che si verifichi
una remissione tale da consentire la sospensione del trattamento
e la progressione della malattia è un evento pressoché
costante(1-7). Vi è pertanto la necessità
di identificare quelle strategie di trattamento che consentono
di ottenere un buon controllo della malattia per il tempo
più lungo possibile. In passato, negli studi clinici
sono stati utilizzati numerosi criteri per valutare gli
esiti terapeutici del trattamento farmacologico. L'American
College of Rheumatology (ACR) ha recentemente raccomandato
dei criteri specifici per la definizione del miglioramento(12):
il miglioramento deve essere dimostrabile sia nel numero
delle articolazioni tumefatte e dolenti e in almeno tre
degli altri cinque indicatori dell'attività della
malattia (valutazione globale da parte del paziente e del
medico; punteggi relativi al dolore e alla invalidità
e livelli sierici dei markers della fase acuta). Spesso,
per indicare una risposta "significativa" al trattamento
è stato adottato il miglioramento del 20% dei parametri
di valutazione clinica, ma nei casi in cui si debba raggiungere
un maggior grado di soppressione della malattia, il miglioramento
di almeno il 50% dei criteri dell'ACR rappresenta un obiettivo
più appropriato.
Uso attuale dei SAARD
Attualmente la maggior parte dei reumatologi inizia il trattamento
con un SAARD subito dopo la diagnosi di artrite reumatoide.
Fare diagnosi di artrite reumatoide non è però
semplice, soprattutto nei casi in cui la malattia è
sieronegativa(1). Una volta che il trattamento sia stato
intrapreso è indispensabile monitorare strettamente
l'efficacia e gli effetti tossici dei SAARD (che compaiono
per lo più all'inizio del trattamento). Per tutte
queste ragioni, qualora si sospetti la presenza di artrite
reumatoide è consigliabile avvalersi della valutazione
clinica e della supervisione di un reumatologo.
Scelta del SAARD
La sulfasalazina (Salazopyrin En) e il metotrexato (Methotrexate)
vengono oggi considerati i farmaci di prima scelta(13):
negli studi clinici a breve e medio termine l'efficacia
di questi farmaci è simile a quella dei SAARD più
vecchi come i sali d'oro per via intramuscolare e la penicillamina
e probabilmente è superiore a quella degli antimalarici
e dell'auranofin(14-15). La tossicità risulta però
inferiore a quella dei sali d'oro per via intramuscolare(14-16)
e la risposta al trattamento, soprattutto col metotrexato,
compare più precocemente che coi farmaci tradizionali(13).
Una volta che il metotrexato è stato iniziato, più
del 50% dei pazienti rimane in trattamento per 5 anni o
più, mentre circa la metà dei pazienti interrompe
gli altri SAARD entro 1 o 2,5 anni per l'inefficacia del
farmaco, la perdita del beneficio iniziale o per la comparsa
di effetti indesiderati(17). La ciclosporina (Sandimmun)
e l'azatiopina (Azatioprina) rappresentano le alternative
ai SAARD tradizionali. A causa dei loro potenziali effetti
tossici, entrambi i farmaci vengono generalmente riservati
ai pazienti nei quali i farmaci standard hanno dato esito
negativo o risultano controindicati.
Trattamento precoce verso trattamento posticipato
In uno studio retrospettivo condotto su pazienti che facevano
riferimento ad un ambulatorio di reumatologia, il miglioramento
nel corso di 2 anni è risultato clinicamente più
significativo tra quelli che erano stati visitati e trattati
nei primi 2 anni della malattia rispetto ai pazienti nei
quali l'artrite reumatoide era presente da più tempo.
In uno studio in doppio-cieco, 137 pazienti con artrite
reumatoide di durata inferiore ai 2 anni sono stati randomizzati
ad un trattamento "precoce" con un SAARD (iniziando
con l'auranofin) o a placebo. Nei pazienti assegnati al
placebo, dopo una media di 8 mesi è stato aggiunto
il trattamento con un SAARD, a causa dell'aggravamento clinico.
Nonostante il breve lasso di tempo intercorso prima di iniziare
un SAARD, gli esiti clinici (comprendenti lo stato funzionale
e il rallentamento della progressione radiografica) sono
risultati decisamente superiori nel gruppo di pazienti trattati
precocemente con un SAARD, sia al termine dello studio di
2 anni e, in 75 pazienti, dopo un ulteriore follow-up della
durata di 3 anni(18).
In uno studio aperto, 57 pazienti con artrite reumatoide
di recente diagnosi sono stati randomizzati al solo trattamento
con un FANS (gruppo "non-SAARD") e 181 al trattamento
precoce con un SAARD (idrossiclorochina 400 mg al giorno,
sali d'oro per via intramuscolare 50 mg la settimana o metotrexato
7,5-15 mg la settimana)(19). Dopo 6 e 12 mesi, la risposta
clinica è risultata significativamente migliore nei
pazienti randomizzati al SAARD nei quali il miglioramento
è andato dal 54% (per ciò che concerne il
grado di invalidità) al 78% (al punteggio articolare)
rispetto al 28% e al 57% per i pazienti "non SAARD".
La progressione radiologica è avvenuta lentamente
e, ad un anno, non è risultata differente tra i due
gruppi.
Terapia associata con SAARD
I SAARD agiscono lentamente ed è pressochè
impossibile prevedere quali pazienti risponderanno ad un
determinato SAARD. Il trattamento con due o più SAARD
in associazione potrebbe ridurre il tempo complessivo necessario
per la soppressione della malattia e teoricamente potrebbe
assicurare un beneficio maggiore in virtù di effetti
additivi o sinergici. L'impiego di SAARD dotati di azioni
complementari potrebbe consentire l'impiego di dosi più
basse, con minor rischio di effetti tossici. La possibilità
di prevedere quali siano gli effetti complementari o sinergici
dei SAARD presuppone che si conosca il meccanismo d'azione
di ogni singolo principio attivo, ma a tutt'oggi tale conoscenza
è ancora incompleta.
Nonostante alcune segnalazioni e casi clinici promettenti,
gli studi randomizzati in doppio-cieco condotti sulla terapia
in associazione non hanno fornito dimostrazioni convincenti
dei possibili benefici ottenibili. Quattro anni fa, una
metanalisi ha considerato cinque studi sul trattamento combinato
verso la monoterapia, con i farmaci somministrati a dosi
piene, condotti su un totale di 749 pazienti con artrite
reumatoide della durata media di 4 anni(20). Tale metanalisi
non ha evidenziato alcun vantaggio clinico importante con
nessuna delle associazioni testate; i pazienti che hanno
sospeso il trattamento in associazione per la comparsa di
effetti indesiderati sono stati del 9% più numerosi
rispetto a quelli trattati con un solo farmaco. Alcuni studi
più recenti hanno prodotto risultati più positivi,
proponendo diversi approcci alla terapia combinata.
Approccio scalare "in diminuzione"
In questo caso, la terapia con SAARD viene impostata sottoforma
di associazione sin dall'inizio del trattamento per tentare
di ottenere una tempestiva soppressione della malattia a
rapida progressione. Il trattamento viene successivamente
ridotto con l'obiettivo di mantenere la malattia in remissione.
In uno studio randomizzato in doppio-cieco, della durata
di 56 settimane, 76 pazienti (con durata mediana dell'artrite
reumatoide di 4 mesi) sono stati trattati con metotrexato
(7,5 mg/settimana) + sulfasalazina (2 g/die) + prednisolone
(ridotto rapidamente da 60 mg al giorno a 7,5 mg al giorno)
per 28 settimane complessive(21); dopo 28 settimane il prednisolone
è stato sospeso gradualmente, mentre il metotrexato
è stato interrotto dopo 40 settimane. Un secondo
gruppo di pazienti (79) è stato invece trattato con
la sola sulfasalazina (2 g/die). Dopo 28 settimane, 37 pazienti
(49%) appartenenti al gruppo trattato con la terapia in
associazione hanno raggiunto un miglioramento minimo del
50% sulla base dei criteri dell'ACR contro 21 pazienti (27%)
del gruppo assegnato alla sola sulfasalazina (p=0,007).
Lo stato funzionale e i punteggi relativi alle erosioni
cartilaginee sono migliorati in misura proporzionale alla
soppressione della risposta della fase acuta (VES). Tali
differenze, tuttavia, una volta che il prednisolone è
stato sospeso sono scomparse, mentre l'interruzione del
metotrexato non ha comportato altri cambiamenti. Dopo 56
settimane, tra i due gruppi non vi erano differenze in termini
di attività della malattia, anche se nel gruppo trattato
con i SAARD in associazione il punteggio relativo alle alterazioni
radiologiche rimaneva migliore.
Approccio scalare "in aumento"
In questo caso il trattamento viene iniziato con un solo
SAARD: un secondo SAARD viene aggiunto se il primo fallisce
o cessa di essere efficace. Una strategia leggermente diversa
consiste nel sovrapporre i due trattamenti prima di passare
alla monoterapia con il secondo SAARD. Con questo schema
di trattamento si riesce a conservare ogni residuo beneficio
del primo farmaco in attesa che il secondo SAARD inizi a
produrre i propri effetti.
In uno studio in doppio-cieco, 148 pazienti con artrite
reumatoide in fase avanzata, parzialmente responsiva al
metotrexato (sino a 15 mg/settimana) sono stati trattati
con ciclosporina (2,5-5 mg/kg/die) o con placebo come terapia
"aggiuntiva"(22). A 6 mesi, nel 45% dei pazienti
trattati con metotrexato + ciclosporina si è ottenuto
un miglioramento minimo del 50% nel numero delle articolazioni
dolenti contro un miglioramento del 27% ottenuto nel gruppo
trattato con metotrexato + placebo (p = 0,02). Il beneficio
addizionale è stato raggiunto senza un aumento della
tossicità.
In uno studio aperto realizzato su 40 pazienti che avevano
mostrato una risposta insufficiente alla sola sulfasalazina,
il trattamento con l'associazione tra metotrexato (7,15-15
mg/settimana) e sulfasalazina (2 g/die) è risultato
superiore al solo trattamento con metotrexato(23). Uno studio
in doppio-cieco condotto in pazienti non trattati in precedenza
con farmaci, non ha però rilevato alcuna differenza
tra il trattamento con metotrexato da solo, con sulfasalazina
da sola e i due farmaci associati(24).
Altri studi
Gli studi di confronto in doppio-cieco tra il trattamento
in associazione e la monoterapia con un SAARD in pazienti
con artrite reumatoide cronica non responsiva alla monoterapia
con vari SAARD, hanno prodotto risultati contrastanti. In
uno studio (209 pazienti) della durata di 48 settimane,
in termini di risposta clinica, rallentamento della progressione
radiologica o di effetti tossici l'associazione tra azatioprina
(50-100 mg/die) e metotrexato (5-7,5 mg/settimana) non si
è dimostrata più efficace della sola azatioprina
o del solo metotrexato (5-15 mg/settimana)(25). In un altro
studio della durata di 2 anni (102 pazienti), la terapia
tripla con metotrexato (7,5-17,5 mg/settimana), sulfasalazina
(1 g/die) e idrossiclorochina (400 mg/die) è risultata
decisamente superiore al trattamento con sulfasalazina +
idrossiclorochina o col solo metotrexato, senza alcun aumento
di effetti tossici(26). Il 77% dei pazienti trattati con
l'associazione dei tre farmaci ha manifestato un miglioramento
minimo del 50%, mantenutosi per 2 anni, rispetto al 40%
di quelli assegnati al trattamento con sulfasalazina + idrossiclorochina
(p = 0,003) e al 33% di quelli trattati col solo metotrexato
(p<0,001).
Corticosteroidi
I corticosteroidi sistemici sono stati impiegati per molto
tempo nel trattamento dei pazienti con artrite reumatoide,
ma sul loro ruolo terapeutico non vi è unanimità
di giudizi(27-28). Al pari dei SAARD, i corticosteroidi
sopprimono le citokine e la risposta della fase acuta, ma
consentono di ottenere un miglioramento molto più
rapido dei sintomi e dei segni della sinovite. Il principale
motivo di preoccupazione riguarda il fatto che, se da un
lato è relativamente semplice dimostrare i benefici
immediati di un trattamento corticosteroideo, dall'altro,
negli studi a breve termine è difficile evidenziarne
la tossicità cumulativa e la morbilità a lungo
termine. In uno studio prospettico della durata di 8 anni,
l'uso del prednisolone è stato identificato come
un fattore di rischio, indipendentemente dall'età
del paziente e dal suo grado di invalidità, di morte
precoce nei pazienti con artrite reumatoide(2).
In uno studio in doppio-cieco, 128 pazienti con artrite
reumatoide in fase attiva (della durata media di 1,3 anni)
sono stati randomizzati al trattamento con una dose fissa
di prednisolone (Meticortelone 7,5 mg/die) o a placebo per
2 anni(27). I pazienti potevano anche ricevere un trattamento
non in cieco con un SAARD. Nei pazienti trattati con prednisolone
la progressione del danno radiologico è risultata
più lenta rispetto al gruppo trattato con placebo;
tra i pazienti che non presentavano erosioni alle mani e
ai polsi al momento dell'arruolamento, nel gruppo trattato
con prednisolone si è registrato un minor numero
di pazienti che nel corso dello studio hanno sviluppato
erosioni cartilaginee. Nei pazienti trattati con corticosteroidi
si è osservata una riduzione iniziale maggiore del
dolore, della tumefazione e della dolorabilità articolare
e del grado di invalidità, ma nessun miglioramento
prolungato nello stato funzionale rispetto al gruppo trattato
con placebo. Lo studio non ha valutato la perdita minerale
ossea.
In un altro studio in doppio-cieco, una dose di attacco
seguita da una rapida diminuzione della posologia, somministrata
nelle prime fasi della malattia come componente di uno schema
di trattamento a 3 farmaci con metotrexato e sulfasalazina,
è stata in grado di bloccare le erosioni ossee e
ha inoltre migliorato la funzionalità articolare
nel corso di 56 settimane(21) (vedi in precedenza "terapia
associata con SAARD"). Lo studio non ha rilevato un
aumento significativo della tossicità, compresa la
perdita minerale ossea, ma non ha avuto la potenza sufficiente
per poter evidenziare una eventuale differenza.
Le opinioni dei consulenti del DTB divergono sul ruolo dei
corticosteroidi nel trattamento dei pazienti con artrite
reumatoide. Alcuni ritengono che i corticosteroidi sistemici
siano spesso preziosi, in aggiunta ad un trattamento con
un SAARD, nel sopprimere rapidamente l'attività della
malattia e nel prevenire il danno articolare precoce. Altri
consulenti sono del parere che, quando li si confronti col
rischio di tossicità, i benefici apparenti siano
modesti, soprattutto se i pazienti (o i loro medici) sono
riluttanti ad interrompere gli steroidi. La maggior parte
pensa che i corticosteroidi si debbano impiegare solo nei
casi in cui vengono considerati essenziali per una inibizione
addizionale del processo infiammatorio nelle fasi precoci
della malattia.
Nei pazienti con artrite reumatoide, il migliorato grado
di mobilità potrebbe controbilanciare gli effetti
osteopenici dei corticosteroidi6. Ciononostante, laddove
si preveda che il trattamento corticosteroideo ad alte dosi
si protragga oltre i 6 mesi, è consigliabile procedere
ad una misurazione della densità minerale ossea e
considerare l'ipotesi di una profilassi(29).
Conclusioni
La constatazione che, nei pazienti con artrite reumatoide,
i vari gradi di infiammazione si associano ad un proporzionale
danno percentuale e che i danni articolari irreversibili
si verificano nelle fasi iniziali della malattia, ha spinto
ad un più precoce ricorso ai farmaci antireumatici
a lenta azione (SAARD). Se questa strategia è in
grado di ridurre l'invalidità su lungo periodo lo
si saprà solo dopo la conclusione di studi a lungo
termine. Noi siamo del parere che qualsiasi paziente con
sospetta artrite reumatoide debba essere inviato e visitato
tempestivamente da un reumatologo.
Sulla base delle attuali conoscenze, la monoterapia con
sulfasalazina o metotrexato sembra essere un buon trattamento
di prima scelta ma, in generale, non è ancora possibile
prevedere quali pazienti risponderanno ad un determinato
SAARD. Alcune sporadiche evidenze indicano che la terapia
con SAARD in associazione in certi pazienti comporta dei
vantaggi, soprattutto nei casi in cui vi sia stata una risposta
parziale alla monoterapia, ma a tutt'oggi gli studi clinici
risultano troppo pochi per poter stabilire a priori quali
pazienti ne beneficieranno e quali associazioni siano le
migliori. La sfida più grande rimane ancora quella
di riuscire a mantenere la malattia in remissione con un
livello accettabile di effetti tossici. I corticosteroidi
bloccano il processo infiammatorio in modo più rapido
di quanto facciano i SAARD tradizionali. Quando vengono
impiegati in aggiunta ad un trattamento con SAARD, sia a
dose fissa medio alta che ad alte dosi ridotte in tempi
brevi, i corticosteroidi assicurano una risposta clinica
più rapida. Il loro ruolo ottimale nel trattamento
dei pazienti con artrite reumatoide rimane però poco
chiaro e sono necessari altri studi clinici per poter valutare
a pieno i benefici, i rischi e gli esiti a lungo termine
derivanti dal loro impiego.
[M = meta-analysis; R = randomized controlled trial; S =
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Caratteristiche
principali dei DMARDs e dei farmaci biologici
Evidenza
di soppressione Evidenza del ritardo Evidenza dell'efficacia
Evidenza di
della risposta infase acuta del danno RX della combinazione
teratogenesi
Sulfasalazina si si MTX + Idrossiclorochina no
MTX
si si Sulfasalazina + Idrossiclorochina si Infliximab ed
Etanarcept
Leflunomide
si si Studio in aperto con MTX si
Etanarcept-Infliximab
si si MTX no (basato su Studi animali) *
·
Etanercept (non l'infliximab) è stato studiato e
ha dimostrato non produrre tossicità sugli animali
I
Farmaci di fondo più importanti nella pratica clinica:
anti
Tnf
Azatioprina
(non ancora disponibile)
Ciclosporina
A
Clorochina
ed idrossiclorochina
D-pennicillamina
Metotrexate
Salazopirina
Leflunomide